La mia sorellina Anna è una persona famosa. È un’attrice. Stasera fanno di nuovo lo spettacolo dove lei recita. L’hanno fatto sabato e domenica, e oggi di nuovo. È una… come si dice? Me l’aveva detto la nonna… «Nonna, come si dice quando lo spettacolo è già stato fatto?». Nonna dispiega il ventaglio di carta che stringe in mano e si fa vento, i ciuffi di capelli sulla fronte che si muovono. «Replica, tesoro». Ecco, replica. Anna ci ha messo da parte i biglietti per stasera. Sono posti speciali, per gli amici e i parenti degli attori. La fila per ritirarli è lunghissima, c’è un gruppetto di ragazze grandi, e una di loro ha la gonna così corta che prima quando si è piegata le ho visto le mutandine. Mi è scappato da ridere e mi sono coperto la bocca con le mani, ma alla nonna non l’ho detto.
Ho caldo, mi annoio a stare qui in fila. Prima ho visto un signore che vendeva i palloncini, ma nonna non me l’ha voluto comprare. Dice che non sta bene portare un palloncino a teatro, perché chi è seduto dietro di me non avrebbe visto lo spettacolo. Il signore che ora sta in piedi dietro di me è molto alto, sicuramente vedrebbe. È più alto del mio papà, ed ha i capelli del suo colore. La ragazza vicino a lui è molto carina, ha un vestito dello stesso rosso della mia macchinina che ho a casa. Si accorge che la sto fissando e mi sorride. Arrossisco e mi nascondo dietro la gamba della nonna.
Ci avviciniamo alla signora che dà i biglietti e io vedo un cartellone con una scritta grande e tante foto. C’è anche Anna! La indico alla nonna, eccitatissimo, saltellando su e giù. Lei mi sorride, ma non è felice come me. Perché non capisce? La mia sorellina è una star, è su un cartellone!
«Che c’è scritto?». La nonna sta parlando con la signora dei biglietti. Non mi sta ascoltando! Glielo richiedo, ma mi ignora ancora. Alzo la voce, e lei mi sussurra di aspettare. Uffa! Non capisce proprio niente!
Prende i biglietti e usciamo dalla fila. Oh, finalmente si concentra su di me. Mi prende in braccio, ci avviciniamo al cartellone e fa una cosa che mi piace tanto: prende il mio dito nella sua mano e lo passa sulle lettere ad una ad una mentre legge ad alta voce: «”Come vi piace”, di William Shakespeare». La prego di leggermi i nomi degli attori, finché non arriva a quello di Anna. Voglio sapere anche il resto, tutto, tutto quello che c’è scritto. «E qui?». «La regia». «E qui?». «I costumi». «E qui?». «La produzione». «E qui?». «L’ora di inizio». «E a che ora inizia?». «Alle nove». «E adesso che ore sono?». «Le otto e quaranta».

«Otto e quaranta, grazie». Tendo la mano e afferro il centone che mi viene allungato dall’altra parte del bancone. Ed ora con che glielo do il resto? In noccioline? La faccia da scimmia ce l’ha, la signora. Ok, questa era cattiva. Metto a scaldare la pizzetta al prosciutto cotto e formaggio, mi chino, agguanto due bottigliette d’acqua ghiacciata, «Ragazzo, non ce l’ha a temperatura ambiente?». Le riposo, mi protendo in punta di piedi sullo scaffale in alto e afferro quanto chiesto. «Maria, hai da cambiare cento euro?». Maria alza gli occhi al cielo con una smorfia velata. Armeggia nella sua cassa, che è accanto alla mia, e ci scambiamo qualche banconota. So che l’occhiataccia non era rivolta a me, ma alla scimmia ricca che teme la congestione, cosi le sorrido da sotto la visiera del cappellino che tengo incarcato sui capelli: stasera non ne volevano sapere, di stare in ordine.
Fa caldo, veramente caldo. E la gente che spinge verso il bancone non aiuta: temono di non fare in tempo ad afferrare qualcosa da mangiare prima che l’intervallo finisca.
Faccio un bel respiro e, armato del mio miglior sorriso di cortesia, mi rivolgo alla coppia che mi aspetta alla cassa. Lei avrà trent’anni e porta un vestito rosso delizioso, che fa un bellissimo contrasto con la pelle abbronzata. Lui avrà vent’anni di più, dev’essere un parente. Mi chiede un tramezzino e un gelato. Mi specifico fra me e me: tipica ordinazione da zio e nipote. Rivolgo alla ragazza la mia migliore espressione da rimorchio e le faccio l’occhiolino; lei arrossisce e abbassa lo sguardo. Mentre il tramezzino si sta scaldando, prendo un fazzolettino di carta e furtivamente ci scrivo sopra il mio nome e numero. Poi lo avvolgo sulle due fette di pane e lo tendo alla mia futura fidanzata, regalandone un altro irresistibile ghigno da furfante. «Buon appetito». Lei ringrazia –ha una voce melodiosa- prende l’involucro e lo tende allo zio, che dà un morso affamato.
Ecco, bella figura di merda!

Ecco, le luci soffuse si sono spente del tutto e poi lentamente riaccese. L’attore che ha avuto meno battute da imparare a memoria entra a passo spedito sul palco e si ferma sul bordo, al centro. Fa un gran sorriso, un inchino profondo, la mano sul cuore, e si sposta alla propria estrema destra. Dopo di lui entra la ragazzina che ha impersonato una servetta. Fa lo stesso. Passo ritmato, inchino, sorriso e si sposta a sinistra, simmetrica rispetto all’altro ragazzo. Sulla loro scia escono tutti gli altri, accompagnati da applausi sempre più forti, fino all’esplosione dei protagonisti.
Mi sono sempre chiesto se c’è qualcuno, dietro le quinte, che indica agli attori il momento perfetto in cui uscire sul palco per prendersi il proprio riconoscimento; non troppo presto, per non rubare la gloria del precedente, né troppo tardi, per non creare il vuoto fra uno e l’altro.
Stefano è ancora seduto ma si sta già infilando la giacca a vento. Ha fretta di andare via, lo sento che non ce la fa più. Effettivamente anche io mi sono un po’ rotto i coglioni. Ho sempre trovato il teatro abbastanza tosto da mandare giù. Ma fa “intellettuale”, e ogni tanto mi ci trascino. Come se bastasse la presenza, per diventare intellettuali.
Più le mani del pubblico battono forte, più ogni spettatore si rende conto che le due ore e mezza di tregua che ha pagato alla biglietteria per spegnere il cervello dalle rotture di cazzi quotidiane, sono finite.
E mi ci infilo pure io, ovviamente. Per un po’ mi sono distratto, mi sono lasciato trasportare da quello che gli attori dicevano a me o a loro stessi. Giusto ora, mentre faccio rumore schiaffeggiando una mano nell’altra, mi ricordo che domani mattina ho un maledetto turno alle sei. Dovrebbero arrivare dodici pedane di detersivi, e chissà chi è che se le incolla? Porca troia.
Gente col pepe al culo cerca un passaggio fra le mie ginocchia e il sedile davanti al mio. Scappano alle auto per non ritrovarsi imbottigliati nel traffico del parcheggio. Quanta fretta di tornare allo schifo di normalità. Che ci siete venuti a fare…
Voglio una maledetta sigaretta. Sto cercando di smettere ma… sti cazzi. Quasi quasi la chiedo alla strafica che mi sta seduta vicino. O lo farei, se si staccasse un secondo dall’abbraccio del tizio col quale è venuta. È da tutto il terzo atto che sono incastrati in quella posizione. Lei ha un vestitino rosso che le arriva a metà coscia: le sta da dio. Fosse uscita con me, stasera, so io dove l’avrei portata, mica a teatro. E invece eccoli lì, stretti stretti l’uno fra le braccia dell’altra. La loro dolcezza mi fa rodere il culo. Sarà una coppia di sposini, hanno la fede al dito. Beata ingenuità. Voglio vederli fra qualche anno, con le rate del mutuo da pagare, un infante frignante fra le braccia e l’abitudine di mesi e mesi passati insieme: il pudore se ne va insieme al desiderio di farsi desiderare, e si piscia al gabinetto senza ritener necessario chiudere la porta, o si lasciano le mutande sporche sul pavimento. Lei girerà per casa struccata e con una fascia a tenerle i capelli in un groviglio disordinato sulla testa. Lui si metterà le dita nel naso e poi nelle mutande per grattarsi un prurito che non riterrà doveroso nascondere ad occhi di sua moglie. E ovviamente addio vita sessuale. Bella roba. Scommetto che a tutto questo non avete pensato quando avete pronunciato il “si”. Cavoli vostri, ah!

Cavolo, mi è entrato un sassolino nel sandalo. Per non intralciare il percorso delle persone che dietro di noi stanno uscendo dal teatro, mi sposto di lato. Mi fermo, poso una mano sul braccio di Giovanni e scuoto il piede per farlo uscire. Eccolo che rotola via. Alzo il viso e sorrido al mio uomo, stringendo la presa delle dita sulla manica della sua camicia di lino. Lui ricambia, un ciuffo di capelli sale e pepe che gli ricade sulla fronte e gli occhi azzurri che brillano di felicità. E io sento il mio cuore immergersi in un caldo torpore di appagamento. Mi fissa ancora per qualche secondo, poi posa le mani sui miei fianchi, stringendomi la vita sopra il vestito rosso. Abbassa lentamente il viso e mi bacia le labbra con dolcezza. Dio, come sono felice.
Quando Giovanni si stacca, mi accorgo che getta un’occhiata fugace oltre le mie spalle e intorno a noi. Ormai mi sto abituando a quel movimento: teme che ci sia qualcuno che conosciamo.
Intreccia la mano nella mia e ci allontaniamo dal sentiero di Villa Borghese, verso una fontanella.
«Ti è piaciuto lo spettacolo, amore?» mi chiede.
«Il secondo atto era un po’ lento… ma gli attori, veramente bravi».
«Shakespeare è comunque sempre Shakespeare. Io lo adoro, dovevo assolutamente portartici. Ma al terzo atto sbaglio o ti sei addormentata?».
Sogghigno. «Giusto un momento».
«Io invece ho trovato la mia anima gemella» estrae un fazzoletto dalla tasca «Il ragazzo del chiosco mi ha lasciato il suo numero, magari domani lo chiamo».
Ridendo, gli porgo la borsetta e la mia fede, per non bagnarle mentre bevo. Vedo che osserva l’anello sottile. Si sposta sotto un lampione e lo ruota fra le dita per leggervi dentro.
Pietro e Rossella – 26 Giugno 2009
Scrollo le mani verso il prato, facendo finta di niente. Giovanni mi porge la borsa e mi prende la mano sinistra, ancora umida. La stringe fra le sue e se la porta alla bocca. Le affida un bacio carico di promesse inespresse, affidate ad un treno che ormai è già passato per qualcun altro. Senza lasciare andare i miei occhi, infila la fede al mio anulare, come Pietro fece quasi quattro anni fa. Strano come con un semplice gesto, l’uomo che amo mi regali tutto il suo cuore, e lo aggravi al tempo stesso del peso della responsabilità di una moglie infedele.
«Andiamo, è tardi» sussurra.
Già, Laura lo starà aspettando. L’ipotetico film in un ipotetico cinema con ipotetici amici, sarà finito, ormai.
Entriamo in macchina in silenzio, pronti entrambi a riprendere il ruolo di moglie e marito di qualcun altro, cercando di ricordarci cosa vuol dire desiderio e amore, prendendone spunto da questi momenti insieme per poi riproporli quando serviranno, nel finto tentativo di salvare matrimoni già finiti.
Guardo Giovanni mentre guida. Forse presto troverò il coraggio di chiedergli di lasciare i nostri legami per scoprire quanto la fantasia che stiamo vivendo sia lontana dalla realtà. Per capire se il nostro rapporto è davvero così. Come ci piace.

55. Non è un numero meraviglioso? Modestamente, sono io. Io sono il numero 55.

Il numeretto prima di me viene strappato da un bambino che in mano ne ha già altri sei. Li prende, li guarda uno ad uno, li accartoccia e li butta per terra, per poi passare a quello successivo. Non voglio essere buttato per terra, ti prego, ti prego non prendermi, brutto moccioso!

Una donna sembra ascoltare le mie preghiere. Dà un colpetto sulla spalla del bambino e lo rimprovera «Scusa, mi fai prendere un numeretto? C’è gente che aspetta».

Lui la fissa attonito per qualche secondo, a bocca aperta, e poi sgattaiola a rifugiarsi dietro le ginocchia del padre, che sta leggendo con attenzione gli ingredienti dietro un pacco di ciambelline al vino, su un ripiano più avanti.

La panetteria è piena di persone. È appena stata sfornata l’ennesima teglia di pizza bianca, è Sabato, è ora di pranzo… anche un pezzetto di carta come me capisce il motivo di tanta ressa.

La signora chiude le dita smaltate di rosso sulla mia linguetta e tira. In un attimo mi sento leggerissimo, come mai prima d’ora. Sono solo, letteralmente staccato dai miei fratelli. L’inquietudine del primo smarrimento viene subito sostituita dall’adrenalina. Sto compiendo il mio lavoro, quello per il quale sono stato creato. Mi sento orgoglioso ed eccitatissimo! La signora mi guarda con attenzione, poi alza il viso verso il dio-tabellone-serviamoilnumero. Sbuffa.

«Trentasette numeri». Alza il braccio destro, quello col quale mi tiene stretto, e guarda l’orologio.

«Non ce la farò mai ad andare a prendere Annalisa a scuola, fra mezzora». Si guarda intorno, spaesata.

Oddio, no ti prego, non buttarmi per terra!

«Ei, vuoi il mio numero?» mi tende verso una ragazza alla sua sinistra. «Io devo andare via». Senza aspettare una risposta mi cede nella sua mano e se ne va.

La ragazza chiude le dita intorno a me, mi guarda di sfuggita, alza anche lei gli occhi al dio-tabellone-serviamoilnumero e riprende la conversazione con il ragazzo che le sta accanto. La guardo attentamente. Chissà se mi farà portare a termine il compito. Chissà se mi getterà via. Ha i capelli lunghi, castani, e due occhi di un verde splendente cerchiati da occhiali da vista dalla montatura classica. Ha le guance un po’ arrossate, forse per la temperatura del negozio, anche se il ragazzo accanto a lei non sembra accusare lo stesso disagio. Lui è biondo, riccio. Un bel ragazzo.

Il trillo del dio-tabellone-serviamoilnumero cattura l’attenzione mia e quella dei due giovani.

-Serviamo il numero. 21.-

Ancora trentaquattro persone.

La ragazza sospira.

«Dammi un buon motivo per non chiamare Matteo» dice.

Il ragazzo esita un secondo prima di rispondere: «Giulio».

La ragazza si morde il labbro inferiore e gira un poco la testa, guardando dritta davanti a sé senza però vedere nulla.

«Mi manca» si porta una mano chiusa a pugno alla fronte, come a volersi tenere la testa, e chiude gli occhi. Con l’altra mano mi stringe più forte.

Il ragazzo le posa una mano sul braccio «Mary, l’hai lasciato tu» sussurra con delicatezza, come a non voler rigirare il coltello nella piaga.

Gli occhi verdi di lei si velano e luccicano alle plafoniere del negozio.

«Lo so. E mi sento un’idiota. Sono un’idiota».

«Non sei un’idiota. Ti sei solo innamorata di un altro. Non l’hai fatto apposta, non è colpa tua».

La ragazza non risponde.

-Serviamo il numero. 27.-

«Non stai bene con Giulio?» insiste l’amico.

«Certo che sto bene con Giulio. Io amo Giulio. Eppure… il pensiero di Matteo non se ne va. Mi manca tantissimo, e mi sento una stronza per questo». Si gira verso il ragazzo e lo guarda dritto in faccia.

«Io l’ho lasciato. L’ho visto piangere la sua disperazione mentre mi tirava per la maglietta, implorandomi di ripensarci, di dargli un’altra possibilità per farmi vedere quanto valesse più di Giulio, per farmi vedere quanto eravamo perfetti insieme. Io e Matteo siamo davvero perfetti insieme…» sussurra quest’ultima frase, ed io ho l’impressione che sia diretta più a se stessa che al suo amico, e credo anche che non sia la prima volta che se la ripete.

-Serviamo il numero. 38.-

«Tu e Matteo avevate un sacco di problemi» la contraddice il ragazzo. «Non riuscivi ad essere te stessa, con lui. E soprattutto non eri davvero innamorata».

«Eppure sono passati quasi cinque mesi, ma non riesco a lasciarmelo alle spalle. Come una calamita, come una stupida, la sera, prima di rientrare a casa dall’università, mi ritrovo sotto casa sua, nonostante mi imponga di non farlo, di seguire un altro giro con l’auto. Ma poi mi distraggo e sovrappensiero mi ritrovo lì, a cercare con gli occhi una finestra illuminata di un palazzo davanti al quale mi sento un’estranea, una ladra, una delinquente che se vista da qualche inquilino del condominio verrebbe guardata malissimo. Cosa che, ovviamente, non avviene, perché chi mi conosce? Eppure mi sento talmente in torto da aver perso ogni diritto, anche quello di trovarmi davanti a quel portone».

«Ma quale diritto?».

-Serviamo il numero. 42.-

La ragazza guarda il dio-tabellone-serviamoilnumero, poi me, poi di nuovo l’amico. Abbassa il tono di voce.

«Quello di sentire la mancanza di una persona che ho deciso io di tagliare via dalla mia vita. Ho sbattuto Matteo fuori dalla nostra relazione ghiacciandolo con una cascata di razionalità. Eppure mi sento come se anche io fossi stata travolta dagli eventi. Non l’ho scelto io, è vero. Quanto avrei voluto la possibilità di farlo… Avrei tanto voluto poter scegliere chi amare…

Io e Matteo siamo perfetti. Mi manca il suo odore, la sua dolcezza, il suo pianto disperato. Si, mi manca anche quello. Quello che mi ha dilaniato il petto, ma che a lui l’ha bruciato da dentro. E non ho il diritto di farmi mancare qualcosa a cui ho rinunciato e che ho ferito così tanto. Ogni volta che penso a quanto vorrei chiamarlo, a quanto vorrei vederlo, c’è una frase che galleggia sulla mia coscienza: ti attacchi al cazzo e fai pippa. Così, molto brutalmente. Perché lui non si merita che io mi rifaccia viva in qualche modo. Non merita le ferite che gli ho inferto, e tantomeno merita che io gliele riapra».

-Serviamo il numero. 47.-

«Ma nemmeno io me lo merito. Non è colpa mia. Mi manca tanto da mozzarmi il fiato, e posso a malapena sussurrarlo a te, perché dal momento in cui io ho tagliato, io ho scelto, io ho distrutto, insieme a Matteo se n’è andata anche la facoltà di dire quanto morbosamente tenga a lui, quanto mi laceri la nostalgia di un suo abbraccio. Mi attacco al cazzo e faccio pippa… perché il minimo che possa fare è avere la decenza di non disturbarlo più.

Di cosa mi lamento, in fondo? Io sono quella che ha scelto, quella che ha trovato l’amore, no? Come mi permetto di parlare, ancora? E allora perché fa così male? Perché ho lo stomaco schiacciato fra due sassi? Perché al pensiero che trovi un’altra mi sembra di impazzire? Perché sono arrabbiata con lui?».

La ragazza alza di poco la voce ed agita le mani in aria, facendomi andare di qua e di là.

«Perché non ha lottato per riprendermi? Perché non è venuto sotto casa mia, alle due di notte? Perché sono io che mi ritrovo nei luoghi che abbiamo vissuto insieme, e lui no? E poi mi chiedo. Cambierebbe qualcosa? Forse no, amo comunque Giulio, è con lui che voglio stare. E di nuovo mi sento ripensare “ti attacchi al cazzo e fai pippa”. E se sono gelosa “ti attacchi al cazzo e fai pippa”. E se mi manca “ti attacchi al cazzo e fai pippa”.

-Serviamo il numero. 51.-

Il ragazzo non sa cosa rispondere.

-Serviamo il numero. 52.-

-Serviamo il numero. 53.-

-Serviamo il numero. 54.-

-Serviamo il numero. 55.-

«Siamo noi» dice il ragazzo.

Si, sono io, sono io!

La ragazza lascia la presa su di me e mi porge al suo amico.

«Ordina tu, io non ho più fame…»

 

“Oggi Giulia torna dall’Inghilterra. È stata via sei mesi per un corso di architettura d’interni”.

Andrea aprì il finestrino dell’auto e nel giro di pochi secondi se ne pentì: fuori faceva troppo caldo. Lo richiuse e accese l’aria condizionata.

“Quand’è partita era sfiduciata, in realtà. Temeva che questo viaggio sarebbe stato l’ennesimo spreco di soldi e di tempo, oltre ad essere effettivamente l’ultimo tentativo che poteva permettersi di investire dopo una laurea che, al momento, non sembra dare i suoi frutti”.

Prese una caramella dal portaoggetti e la scartò.

“Dopo appena due settimane, invece, dalla cornetta del telefono mi è arrivata la sua dolcissima voce eccitata, che mi diceva che probabilmente le nozioni che stava apprendendo avrebbero permesso al suo curriculum di balzare al primo posto nella fila di aspiranti architetti,  quando ci sarebbe stata l’occasione di fare un colloquio. Lo spero. Glielo auguro profondamente.”.

Il semaforo divenne rosso, ed Andrea premette con dolcezza sul freno, scalò la marcia e si arrestò vicino ad una Ford Fiesta grigia. Guardò distrattamente verso il posto di guida e notò un uomo sulla sessantina che, le mani artigliate al volante, fissava il semaforo con sguardo angosciato. Andrea lo fissò, stuzzicato dal singolare atteggiamento dell’uomo, e avrebbe giurato che una gocciolina di tensione gli stesse colando dalla fronte calva.

“Oltre che per il caldo, ovviamente”.

Quando scattò il verde, la Ford Fiesta sgommò sull’asfalto per andarsi ad arrestare davanti al rosso del semaforo successivo. Andrea aggrottò le sopracciglia, incuriosito, e distrattamente accese l’autoradio.

 

«…bel tacco di Montolivo che smarca Balzaretti. Il terzino del Palermo va al cross. Palla che sfila tutta l’area di rigore e termina all’estremo opposto. Cassano, in mezzo, non trovata i tempi giusti per impattare la sfera».

 

“Ah già, stasera c’è la partita…starà correndo a casa per vederla”.  Gettò un’occhiata all’orologio da polso: il primo tempo era iniziato da pochi minuti.

Guardò sul sedile del passeggero il lilium rosa che aveva preso dal fioraio prima di dirigersi verso l’aeroporto. Il semaforo tornò verde ed Andrea ripartì.

“Economicamente stiamo bene, io ho la fortuna di lavorare in una società informatica che mi paga discretamente, ma Giulia ama l’architettura, è la sua passione, sarebbe davvero una donna realizzata se riuscisse a trovare un buon lavoro in quel campo”.

 

«…dopo un cross di Montolivo dalla destra, gran esterno sinistro di Daniele De Rossi che, dai venticinque metri, si spegne sul palo. Gli inglesi non si lasciano intimorire ed affondano con Milner. Arriva a Johnson, entra in area di rigore, aaaattenzione, ma no! Non supera Buffon. Grande intervento dell’estremo difensore bianconero!».

 

“Dio, quanto la amo. Mi è mancata tremendamente, in questi mesi, e senza di lei la casa mi è sembrata così vuota. È passato un anno e mezzo da quando è venuta a vivere nel mio appartamento, ma ho l’impressione di amarla da tutta la vita. È quella giusta, me lo sento”. Andrea sorrise emozionato e accarezzò di nuovo con lo sguardo il lilium.

 

«…invenzione di Pirlo che trova Cassano; Cassano. Lato destro dell’area di rigore, trova Balotelli, arriva sotto porta, pronto al tiro! Niente da fare, viene anticipato da Lescott. Palla in angolo».

 

“Sono così emozionato al pensiero di rivederla. Mentre è stata via ho avuto modo di riflettere con calma sul nostro futuro. E ho deciso.” con maggiore trasporto posò il piede sull’acceleratore “Voglio chiederle di fare un bambino”.

 

«…proprio sul più bello interviene Pedro Proença e manda le squadre sullo zero a zero negli spogliatoi».

—–

“Odio Kant, lo odio. Non mi servirà mai a nulla, nella vita. Perché, perché, perché devo impazzirmi, quando so che non mi servirà mai più? Non sono nemmeno d’accordo con lui. O almeno sono sicuro che non lo sarei, se capissi quello che dice.”

 

«Zero a zero mentre riprenderà il gioco con l’Inghilterra che batterà il calcio d’avvio della ripresa, ma l’Italia forse meritava… avrebbe meritato di stare sul tre a uno. Sentiamo il bordo campo…».

 

“Vabbè, passo a storia, se no qua perdo tempo e basta. Fammi rivedere la Guerra Fredda, che non mi ricordo tanto bene…” Luca chiuse il tomo di filosofia ed allungò il braccio verso il quaderno di appunti di storia.

 

«De Rossi, colpo di tacco interno, Balotelli non s’intende né con De Rossi né con Montolivo. Johnson accompagna il pallone fuori, protesta…»

 

Luca girò l’ennesima pagina. “Porca misera, me la sto facendo sotto per domani. Speriamo che esca storia invece di filosofia, se no sono fottuto! Non posso puntare tutto sull’analisi del testo, non ci faccio un cavolo se non prendo qualche punto alla terza prova, domani. Matematica è già andata uno schifo…”.

«Daiii, dai cazzo, tira quella palla!!! Coglione…».

Luca alzò lo sguardo con disapprovazione verso il padre, spaparanzato sul divano con una ciotola di patatine fritte fra le mani. Il suo migliore amico, Antonio, aveva appena stappato una bottiglia di birra.

«Ma figurati se tira, è paralizzato dalla paura!» disse versandosi il liquido chiaro e spumoso in un bicchiere di plastica.

Luca immerse di nuovo la testa sul quaderno e lesse qualche data senza memorizzarla veramente.

 

«Ancora De Rossi laterale per Pirlo, si sgancia a sinistra Balzaretti. Montolivo… troppo corto il passaggio di Balzaretti. Dobbiamo stare attenti perché è molto critica la situazione».

 

“Se prendo meno di settanta mi sparo. Solo i coglioni prendono meno di settanta. È un po’ come dire: l’abbiamo promosso perché non lo volevamo più fra le palle. È andato via con cinquantanove, due figure e un calcio in culo”.

 

«Attenzione, entriamo nei minuti forse decisivi, anzi sicuramente decisivi, Pirlo in diagonale per Abate, il pallone rimbalza due, tre, quattro volte e poi finisce fuori…».

 

«Papà, potreste abbassare un po’? Non riesco a studiare…».

“Si, bella scusa…”.

«E vai in camera tua» rispose il padre senza scollare gli occhi dallo schermo. Antonio bevve un altro sorso di birra e la passò all’amico.

«Ma in camera mia non c’è l’aria condizionata, e fa un caldo che si muore» protestò Luca.

«Allora resta qui».

“Non fa una piega”.

 

«Zero a zero, al termine di novantatre minuti in cui l’Italia avrebbe meritato sicuramente qualcosa di più, si va ai supplementari, adesso un breve stacco pubblicitario».

«Porca miseria, un’altra mezzora di supplementari» disse Antonio «Almeno stiamo giocando bene».

Luca riemerse dall’Unione Sovietica. «Supplementari?» chiese, ansioso. Il padre annuì, l’emozione visibile sul volto teso.

Luca soppesò la pagina che stava per voltare. “Vabbè” chiuse il quaderno “Sono preparato. Domani mattina mi sveglio una mezzora prima per ripassare. Fammi urlare un po’ contro questi inglesi…”.

—–

«Ripartiti. Adesso conta soltanto il cuore, contano le energie e la forza mentale».

 

Nel salotto non volava una mosca. Fabio si guardò intorno: Piero e Francesca erano seduti su un divano, Enzo e Lucia stavano sull’altro, lui occupava una sedia vicino al tavolo delle cibarie ed Elena era la personificazione della comodità sulla poltrona vicino alla finestra, dall’altra parte della stanza.

Due coppie, e loro due.

Elena indossava un vestito di cotone azzurro che le arrivava alle ginocchia e le lasciava scoperte le spalle. Le gambe abbronzate erano incrociate sulla poltrona arancione. Fabio la guardò con la coda dell’occhio per l’ennesima volta. I capelli di un biondo cenere erano raccolti con una matita da disegno, ed un ciuffo le ricadeva dolcemente sul collo scoperto.

 

«Attenzione, non ci facciamo sorprendere, chiudiamo adesso, attenzione… Walcott! Pallonetto per Carroll, fuori!».

 

«Uff, che stress queste partite…» disse Lucia sventolandosi con la mano ed adagiandosi sullo schienale del divano. Enzo la emulò sovrappensiero e le strinse la mano libera nella sua.

«Pensa se giocavi tu» disse Elena.

«Ma neanche per tutto l’oro del mondo».

«Che in effetti è quello che vengono pagati» precisò Piero alzandosi e andando verso il tavolo delle cibarie, dove batté la mano sulla nuca di Fabio, il quale in cambio gli mollò una pizza sul fianco.

«Ora capisco perché! Non parlerò mai più male dello stipendio di un calciatore. C’è da spenderlo tutto in ansiolitici».

Piero agguantò un tramezzino e lo addentò con voracità.

Elena si voltò verso di lui e, dopo un attimo di esitazione stampato in faccia, si alzò per prendere qualcosa anche lei.

Fabio non riuscì a staccarle gli occhi di dosso nemmeno per un istante.

 

«…poi ancora per Diamanti, entra in aria di rigore…».

 

Elena si bloccò, lo sguardo ipnotizzato allo schermo. Posò una mano sulla spalla di Fabio, il cui sguardo si fece appannato dall’adrenalina.

 

«…scende Nocerino, GOAL!!!».

 

Enzo scattò in piedi, le braccia in alto, ed andò ad abbracciare Piero. Lucia e Francesca batterono le mani, esultando. Fabio si alzò e, disorientato, si ritrovò Elena fra le braccia, in festa.

 

«Noooo, fuorigioco! Nocerino. Ehh, forse si… Si si… Nocerino si è abbassato completamente per colpire il pallone dal basso verso l’alto…si si si…una gamba, la gamba sinistra, al di là della linea difensiva avversaria…c’è il fuorigioco di Nocerino».

 

«Ma porca puttana!» gridò Enzo, frustrato, e con Piero tornarono ai divani.

Fabio sospirò, si risedette e guardò Elena con una smorfia di delusione. Lei fece spallucce accompagnate ad un sorrisetto d’incoraggiamento. E si accomodò sulle sue ginocchia.

 

«Ecco qua, finisce come proprio non volevamo finisse, si va ai tiri dal dischetto, ai calci di rigore! Ecco, ora c’è la grande sfida».

 

Per Fabio, la partita era finita già da qualche minuto.

—–

«Hai caldo?» chiese Marco.

Laura gli accarezzò la guancia morbida.

«Ti assicuro che il caldo è l’ultima cosa alla quale sto pensando, in questo momento».

Marco sorrise e abbassò il viso per baciarle il collo.

Laura scostò il lenzuolo e strinse le braccia intorno alla schiena di Marco, tenendolo forte a sé. Sentirlo dentro era un’emozione fortissima, di cui sentiva che non si sarebbe mai stancata.

«Sei bellissima».

Sorrise, inorgoglita. «Ti amo».

«Anche io ti amo, da morire».

Dalla finestra aperta non soffiava nemmeno un filo d’aria, e il condizionatore emetteva un leggero ronzio di sottofondo.

Con un ultimo sospiro di beatitudine, Marco si staccò lentamente, baciò Laura e le si stese accanto, accogliendone il viso nell’incavo fra il braccio e la spalla.

Da fuori arrivarono grida di giubilo.

«Ma…che ore sono?» chiese Laura, frastornata.

«Non ne ho idea».

«C’è ancora la partita?».

«Mi sa di si, credo che abbiamo segnato». Socchiuse gli occhi e strinse Laura a sé, chiudendola fra le braccia accoglienti.

Laura sorrise, beata. Pensò a quanta bellezza fosse racchiusa in una posizione così semplice, così naturale come quella in cui si trovava ora con Marco. Erano semplicemente complementari. Quel pensiero la fece emozionare così tanto da spaventarla.

«A che pensi?» le chiese Marco, che aveva riaperto gli occhi e l’ammirava teneramente.

«È così bello stare così…».

Lui chiuse le braccia con maggior forza.

«Ti amo, Laura».

Lei alzò il viso verso di lui e si beò del suo sguardo.

«Anche io ti amo, Marco».

Altre urla di gioia entrarono dalla finestra.

«Mi sa che siamo ai rigori».

Laura annuì.

Nuove grida. Si aggiunsero anche dei clacson.

«Quando ci siamo sentiti per vederci, non mi ricordavo ci fosse la partita, stasera» mormorò Laura temendo di aver strappato Marco ad un divertimento patriottico.

Lui le accarezzò il viso «Amore mio, non c’è altro posto al mondo dove vorrei essere, in questo momento».

Da fuori arrivarono festeggiamenti di chi era sceso in strada.

«Bè, mi sa proprio che abbiamo vinto».

Marco sorrise e la coprì con il lenzuolo, aspettando di vederla addormentarsi, prima di chiudere gli occhi anche lui.

 

 

«Il treno Eurostar Italia 9373 delle ore 09:39 per Reggio Di Calabria Centrale è in partenza dal binario 14. Ferma a Napoli Centrale, Salerno, Sapri, Paola,  Lamezia Terme Centrale, Vibo Valentia-Pizzo, Rosarno, Gioia Tauro, Villa S. Giovanni, Reggio Di Calabria Centrale».

Alessio sentì il cuore martellare con adrenalina e risentimento. Allungò la mano a cucchiaio verso la ragazza dell’edicola e prese il resto in monete, aggrottando le sopracciglia dalla tensione. Afferrò la copia del Messaggero con la Cronaca di Roma e non ricambiò l’augurio di buona giornata che la giovane gli rivolse, cosa assolutamente inusuale, per lui. Non si accorse nemmeno del sorriso sincero che gli era stato regalato in omaggio col saluto.

Con calma autoimposta, infilò il giornale nella borsa a tracolla, addossandolo alla parte rigida verso di sé, e si sistemò la cinghia sulla spalla. Alzò lo sguardo con fierezza e cercò il binario 14. Davanti a sé c’era il 12. Il treno per Reggio di Calabria era a pochi metri. Affrettò il passo e in pochi secondi lo raggiunse. Una ragazza sui trent’anni stava caricando sui gradini una carrozzina  e un borsone molto grande con una certa difficoltà, così Alessio corse gli ultimi passi e l’aiutò a farla salire.

«Grazie mille, gentilissimo» lo ringraziò con un sorriso, di cui stavolta il ragazzo si arricchì.

«Si figuri» e ricambiò prima alla mamma e poi alla bimba, che lo guardava dal basso con una grande O stampata sulla boccuccia rosa. Alessio le assegnò pressappoco diciotto mesi. Aveva uno svolazzo di capelli castani sulla testolina e occhioni marroni. Si strinse di nuovo la cinghia della borsa sulla spalla e avanzò per il corridoio del treno.

L’aria condizionata lo invase con violenza, non riuscendo comunque a farlo pentire di non essersi portato una felpa. Il freddo e la fame non lo scalfivano più da un po’.

Raggiunse il posto indicato sul biglietto e s’incastrò nella comodità del sedile, vicino al finestrino.

“689 chilometri mi dividono da te, bastardo. Li conterò uno ad uno”.

Dopo pochi minuti, il paesaggio che vedeva si tramutò dalla stazione ferroviaria a campi di grano. Gli auricolari furono gli unici compagni di viaggio che tollerò per le prime ore.

 

Quando passò il controllore e Alessio fu costretto a privarsi violentemente del conforto della musica, con sorpresa si accorse che la madre e la bambina incontrate poco prima avevano occupato i posti dall’altra parte del corridoio.

«Di nuovo ciao» disse lei portando un cucchiaino di plastica alla bocca della figlia, che apprezzò la pappetta ricevuta stringendo le labbrucce in un bocciolo di rosa.

«Salve».

«Stai andando in vacanza?».

Alessio pensò alla propria meta. Spiagge bianche, sabbia finissima, mare azzurro e persone in costume da bagno.

«No» strinse i pugni «Non proprio».

«Oh. Bé, in effetti non hai il bagaglio…noi stiamo andando dal papà» e si rivolse alla figlia «Non è vero, tesoro?». La bimba rise, rispondendo palesemente al tono positivo della madre, più che alla sua domanda.

«Come si chiama?».

«Beatrice» rispose la ragazza, orgogliosa. Prese un elastico dalla borsa e alzò le braccia dietro al collo per legarsi i capelli.

“Anche Camilla lo fa sempre…O almeno lo faceva prima di tagliarsi i capelli. Adoravo i suoi capelli lunghi”.

«Dove scendi? Noi a Reggio Calabria».

«Villa S.Giovanni».

«Oh, un bel viaggio da Roma! Vai a trovare la ragazza? Oddio scusa, ti sto riempiendo di domande. Non voglio farmi i fatti tuoi, è che sono euforica perché non vedo mio marito da qualche settimana, e quando sono euforica mi metto a chiacchierare, scusami» ed agitò le mani accompagnando una risatina allegra.

«No, non importa».

“Non ho la ragazza. Non più.” Si portò una mano a reggere la fronte e riprese a guardare fuori dal finestrino.

 

Lo scorso Settembre era andato a prendere Camilla alla stazione Termini. Lei tornava da un mese trascorso a Villa S.Giovanni, dove la nonna aveva una villetta in pieno centro. Scesa dal treno, gli era corsa incontro sbatacchiando di qua e di là la valigia con le ruota che si trascinava dietro, abbandonandola all’ultimo momento per terra per saltare in braccio a Alessio.

«Amore mio!» gli aveva sussurrato all’orecchio mentre lo stringeva forte «Quanto mi sei mancato!». In quel momento, Alessio si era sentito il ragazzo più fortunato del mondo. Lei era bellissima. La pelle era abbronzata, fra i capelli lunghi aveva una treccina colorata, e negli occhi un luccichio di felicità pura. «Ti amo da morire» gli aveva detto prima di baciarlo.

 

L’altoparlante gracchiò due volte: «Stazione di Lamezia Terme Centrale».

Dal vagone accanto, che aveva le porte fuori servizio, passarono tre ragazze armate di zaino da campeggio, una famiglia, ed una coppia di giovani con valige e macchinetta fotografica. Alessio incrociò lo sguardo di lui: era alto e ben piazzato, con un paio di occhiali da sole a nascondere gli occhi, ed un tatuaggio sul braccio. Tutto sommato un bel ragazzo.

 

«Ale, devo dirti una cosa» gli aveva detto Camilla una sera di Ottobre, dopo che avevano fatto l’amore nella macchina di lui. Era imbarazzata e teneva gli occhi bassi. Ad Alessio erano di nuovo aumentate le palpitazioni, come nei minuti precedenti, mentre era dentro di lei e l’aveva baciata con tenerezza sul viso. Aveva sentito che stava per dirgli qualcosa d’importante e si era emozionato, pronto a ricambiare tutto l’amore che sperava lei gli stesse per donare.

«Quest’estate ho conosciuto un ragazzo, al mare». Le palpitazioni gli si erano ghiacciate nelle vene, all’erta.

«Si chiama Matteo. Lavora nella gelateria della piazzetta, ha 24 anni, e niente…».

«Niente cosa?» aveva balbettato Alessio.

«Abbiamo avuto una storiella estiva, ma niente di che. Una sera mi ha offerto il gelato all’ora di chiusura, mi ha fatto entrare, eravamo solo noi e ci sono cascata. Ma ora è tutto finito».

 

«È la prima volta che vai a Villa S.Giovanni?» gli chiese la mamma di Beatrice con timidezza, palesando il desiderio di chiacchierare ed il timore di risultare invadente.

«Si, devo incontrare una persona e poi torno a Roma».

«Oh, ma che peccato, la Calabria è così bella! Un viaggio così lungo, poi, meriterebbe qualche giorno di riposo. Spero sia almeno una visita di piacere».

Alessio sorrise amaramente.

Certo che lo sarebbe stata.

«Dipende dai punti di vista» mormorò senza curarsi di essere sentito.

Sapeva benissimo cosa avrebbe fatto, appena sceso dal treno. Sarebbe andato a piedi dalla stazione al paese. Avrebbe chiesto indicazioni per la piazzetta. Trovare la gelateria non sarebbe stato un problema. E nemmeno trovare lui.

Alessio strinse di nuovo i pugni e serrò i denti.

L’avrebbe picchiato. Avrebbe dato sfogo a tutto il dolore che aveva soffocato dentro di sé in quei mesi.

“Già, ma dopo non staresti meglio, giusto?” gli sussurrò una vocina all’orecchio.

“Certo che si, invece”.

“Picchiando lui? E cosa otterresti?”.

“Vendetta”.

“Oh si, ti piacerebbe”.

“Intanto fammelo riempire di botte, poi vedremo”.

“Non è lui che vorresti picchiare”.

“Lei la amo”.

“Non vuol dire che non sia il problema. È lei che ti ha tradito, che ti ha ferito, che ha preso la fiducia che le avevi donato e ne ha fatto coriandoli. Lui, alla fine, cos’ha fatto? Ci ha provato. Non ti conosceva, eri lontano chilometri, non ti doveva nulla, mentre lei si”.

“Lui ha violato il codice non scritto dei maschi”.

“Il codice non scritto…di che cosa??? Ma ti ascolti? Lei è andata con un altro, e tu te la prendi con la mancanza di lealtà di lui?”.

“Zitto, non voglio sentirti”.

“Ma…”.

“Sparisci!”.

 

«Stazione di Gioia Tauro, Stazione di Gioia Tauro ».

La madre di Beatrice si agitò sul sedile. Sorrise ad Alessio «Fra un po’ ci siamo, eh?» .

Alessio si forzò a sorridere di rimando e tornò a guardare fuori dal finestrino.

 

Aveva provato a perdonare. Amava Camilla sopra ogni cosa, e non voleva permettere che un incidente di percorso mettesse fine ad un rapporto che per lui significava tutto. Aveva messo l’orgoglio sotto le macerie del proprio cuore e si era convinto che l’amore avrebbe sistemato tutto.

A Dicembre l’aveva lasciato lei, rimproverandolo di essere cupo, di non prestarle attenzione, di non portarla mai da nessuna parte e di rispolverare sempre gli scheletri dall’armadio.

 

“Lei è una stronza. Ha mandato il vostro rapporto in vacca e tu riesci solo a giustificarla. È normale, la ami ancora, ma non otterrai nulla andando da lui, adesso”.

“Non ti avevo detto di sparire?”.

“Sto bene qui dove sto”.

“…”.

Alessio guardò di nuovo fuori dal finestrino ed ammirò il colore del mare.

“Il mare di Camilla”.

“Lascia stare”.

“…”.

 

«Villa S. Giovanni. Villa S. Giovanni».

Alessio rimase con il mento poggiato sulla mano.

«Ehi, è la tua, non scendi?».

Alessio si girò verso la donna e poi verso Beatrice. La bimba lo stava guardando, il visino sereno e le labbra rosse rosse. Rimase imbambolato a fissarla. A fatica distolse gli occhi e li riportò al mare. Era di un azzurro meraviglioso.

«Credo che andrò a farmi una nuotata a Reggio Calabria».

Le porte del treno si richiusero con un fischio e il paesaggio tornò a scorrere.

Alessio si rinfilò gli auricolari, appoggiò la fronte al finestrino e sorrise.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Adoro mangiare i cereali dalla confezione. Non dalla scatola, ma dalla busta. La scatola è troppo stretta, mi si incastra il braccio quando i cereali stanno per finire e per prenderli devo far arrivare le dita fino in fondo. Ho le braccia grandi.

Quindi tiro fuori la busta, la tengo sulle gambe, immergo la mano e pesco.

Mi piacciono i pezzi più grandi. Ovviamente il sapore è lo stesso di quelli piccoli e frantumati, ma mi attraggono di più.

I cereali che prediligo sono quelli con i pezzetti di cioccolato agglomerati con noccioline e avena. Mi piace la consistenza liscia del cioccolato che si scioglie impiastricciandomi le dita.

Il massimo del piacere è sgranocchiare cereali davanti ad un episodio della mia serie tv preferita, quaranta minuti di distacco dalla realtà facendomi due risate sulle disavventure altrui, tentando di spegnere per qualche secondo il martello pneumatico che mi batte nei pensieri costantemente: sono disoccupato.

Ho 28 anni e sono disoccupato. Finito il liceo mi sono segnato ad ingegneria, ma al primo esame di Analisi mi sono reso conto di aver toppato alla grande. Poi un amico mi ha spronato a seguirlo a Fisica, dove ho buttato altri due anni. Ovviamente con questo non intendo dire che mi mancasse solo un anno per finire la laurea triennale… Mio nonno non me l’ha mai perdonato. Pensa che io sia un totale fallito e non si fa nemmeno troppi problemi a nasconderlo in mia presenza.

Fuggito dall’università, chissà perché, un negozio di alimentari ha pescato il mio curriculum dalla pila disordinata vicino all’ingresso dove l’avevo lasciato cadere sfiduciato fra gli altri. Ho iniziato a lavorarci cinque anni fa e mi ci sono spezzato la schiena. La gente non se ne rende conto, ma fare il commesso in un negozio non vuol dire semplicemente mettere in ordine la merce sugli scaffali e sorridere da dietro una cassa. Bisogna fare gli scarichi, sistemare la merce giù in magazzino, riportarla su quando lo scaffale relativo si sta svuotando, tenere il negozio in ordine, correre in continuazione dal magazzino alla cassa e viceversa (non è un bello spettacolo servire con la divisa zuppa e puzzolente di sudore) e soprattutto assistere la clientela quando si rivolge a te per le richieste più assurde.

Le signore hanno un’abilità fenomenale nel mettere a dura prova la mia pazienza:

“Ma questo bagnoschiuma è finito? Quando arriva? Ma avete fatto l’ordine? Sei sicuro? No, perché sono venuta qui anche ieri e non l’ho trovato, se torno anche domani mi assicuri che lo trovo?”.

Una volta, una donna voleva acquistare una scatola intera di panettoni per fare un regalo alternativo ai famigliari, e me ne ha dette di tutti i colori per il fatto che il cartone fosse impolverato. Scusi signora, se sgobbo già abbastanza come un matto per avere anche il tempo di lucidare gli scatoloni. Fra l’altro è tornata dopo un’ora per acquistare una seconda scatola, e con un sorriso tiratissimo, senza nemmeno guardarmi in faccia, mi fa “Anche questa scatola è impolverata, lo vedi che avevo ragione? Non avete pulito, dopo che ti ho detto che era sporco”. Ma stiamo scherzando? Lì siamo in tre, siamo pieni di lavoro da fare e l’ultima cosa che ci verrebbe in mente è quella di spolverare gli scatoloni del magazzino. Cosa totalmente inutile, fra l’altro, considerando che la merce la dobbiamo disimballare prima di metterla sugli scaffali!

Ovviamente non possiamo rispondere ai clienti, ci rimetteremmo il posto.

Le pareti del magazzino sono da sempre le uniche testimoni delle mie frustrazioni. Hanno ascoltato con pazienza anche le bestemmie che ho tirato ad una coppia che è venuta un pomeriggio in negozio. “Giovanotto” mi fa lui “Avete risme di carta A4?”. Lo precedo e, dato che erano in alto, mi allungo sulle punte e gliene prendo un pacco. “Ok” mi fa senza accennare a prendere la carta che gli porgo, che mi rimane in mano. “Vorremmo anche due confezioni di quel detersivo per i panni colorati” e mi indica i fustini della lavatrice. Riluttante, glieli prendo. “E una bottiglia di acido muriatico. E una di aceto di vino” e se ne va tranquillo in cassa. Ho dovuto ingoiare e portargli la spesa, senza che si sia nemmeno disturbato di ringraziarmi. Testa di cazzo.

Poi ci sono gli anziani. Ecco, con loro mi viene voglia di piangere. Il nostro è un piccolo negozio, quindi la clientela è… affezionata, si dice. C’è una vecchietta che cucina sempre moltissimi dolci per i nipoti (dei quali ogni giorno mi ripete i nomi e i voti scolastici, orgogliosissima) e quando viene al negozio, più o meno una volta a settimana, fa riserve di farina, zucchero, burro e uova per un esercito. Viene in cassa, le passo la merce, con una lentezza infinita tira fuori il borsellino, conta con cura le monetine per darmi i soldi giusti, poi alza lo sguardo e con un sorriso imbarazzato mi chiede se gentilmente posso caricarle la spesa in macchina. Puntualmente ha parcheggiato lontanissimo, ma che faccio, le dico di no? Quindi devo allontanarmi e far salire un collega dal magazzino, che mi manderà mentalmente a quel paese.

Poi c’è un signore, sarà sui sessantacinque anni, che viene circa due, tre volte a settimana. Fra di noi lo chiamiamo “il bilancino”. Fa la spesa, se la porta a casa, la pesa, e il giorno dopo viene a lamentarsi del fatto che la confezione di sapone per la lavastoviglie da 3 chili, in realtà ne pesa due e sette, così come il chilo di piatti fondi o i centocinquanta grammi di dentifricio. Come se la colpa fosse mia. La gente sta fuori di testa.

Un mese fa mi hanno licenziato. Il nipote del boss ha finito il liceo e non ha voglia d’iscriversi all’università, così lo zio ha pensato bene di piazzarlo qui per evitare che passi tutto il tempo a casa ad infilarsi le dita nel naso.

A casa ci ha mandato me.

Grazie al cielo non ho figli da mantenere. Vivo da solo e sto tirando la cinghia nel tentativo di poterlo continuare a fare il più a lungo possibile. Tornare da mamma e papà sarebbe umiliante, per la mia autostima, ma in giro non c’è un cazzo. C’è crisi, c’è crisi… ma io devo campare! Domani mattina ho un colloquio per fare il commesso in un negozio di abbigliamento femminile… vediamo come va.

Pesco un altro cereale e lo sento scrocchiare fra i denti. Dio, che buono.

Mi chiamo Vanessa. Ecco, questo me lo ricordo bene. Vanessa.

Qui è tutto strano. Ho aperto gli occhi da poco e, adesso che li ho abituati, mi rendo conto di trovarmi in una stanza dalle pareti grigiastre. È un po’ buio, forse mi serve ancora un pochino per ambientarmi meglio. All’inizio credevo di essere sola perché non sentivo nessun rumore, ma poi ho scorto altre figure intorno a me. Da sempre sono vigile per natura, mentre per abitudine non sono incline alla compagnia. Mi sono rintanata in un angoletto più riparato, così da poter scrutare la nuova situazione senza l’ansia di sentirmi esposta ad un potenziale pericolo.

Odio i posti nuovi. Non so dove sono, ma voglio andare a casa mia. Voglio tornare da Lui. Come mi è venuto in mente di uscire…

Qualcuno mi sta fissando dal centro della stanza. Ecco, abbiamo stabilito un contatto visivo, e per sicurezza gli faccio chiaramente intuire che non mi fido.

Mi sorride. Che effetto strano, non mi era mai capitato che qualcuno oltre a Lui mi sorridesse.

Con cautela si avvicina, continuando a sorridere, ed io, forse perché ho un disperato bisogno di sentirmi rassicurata da quel gesto così familiare, lo lascio accostarmi, mantenendo comunque un briciolo di circospezione.

<<Ciao>> mi saluta con sicurezza.

Non rispondo.

<<Lì>> e indica il centro della stanza dove vedo quelle ombre di cui mi sono accorta prima  <<ci sono altri che, come te, sono arrivati qui questa sera. Se ti andasse di unirti a noi per due chiacchiere, sei la benvenuta>>.

Sbatto le palpebre per fargli capire che ho recepito e lo osservo mentre si volta per raggiungere il gruppetto.

Scruto con attenzione gli altri presenti: mi sembrano tipi tranquilli, o almeno non potenzialmente nocivi per me. Più in là c’è una tipa sdraiata su una coperta. La sento singhiozzare e mi dispiace istintivamente per lei. Poco oltre, un piccoletto sta saltellando e correndo da tutte le parti. Poi, nella sua innocenza, si avvicina alla tipa che piange e cerca di consolarla. Lei smette di gemere e, con gli occhi lucidi, sorride debolmente. Anche lei sorride, dunque.

Mi sento più tranquilla. Cercando di combattere la riluttanza, muovo qualche passo verso il gruppo al centro della stanza e mi siedo, rimanendo comunque un po’ in disparte, senza abbandonare completamente la vigilanza.

Voglio tornare a casa.

<<Vieni, vieni>> mi chiama il tipo che è venuto a parlarmi prima. I miei occhi si sono abituati e lo vedo benissimo. È cicciotto, con un ciuffetto marrone che fa contrasto sul resto, e le orecchie tondeggianti.

Gli altri mi fissano mentre mi faccio avanti con cautela e mi sistemo nel cerchio che hanno formato. Sono ancora diffidente, ma voglio capire cosa sta succedendo.

Il cicciotto si rivolge adesso al tipo che sta seduto alla mia destra:

<<Scusami Phil, stavi dicendo?>>.

Phil mi lancia un’occhiata intimidita e poi, con voce tremante, riprende un discorso lasciato a metà:

<<Si>> mormora <<Credo che per me siano state le vongole. Forse erano avariate>>.

Il cicciotto annuisce consapevole, gli occhi chiusi. Quando li riapre vedo che sono di un verde scuro.

<<E pensare che ho anche insistito tanto per farmele dare. A saperlo…>> continua Phil.

<<Anche io credo di aver mangiato qualcosa che mi abbia fatto male>> lo interrompe un tipetto che puzza di sporco. È giovane ed ha una macchia sul viso.

<<Stavo passeggiando per i fatti miei, sai com’è>> continua <<e c’era questa cassonetto che odorava proprio di buono>>.

“Cassonetto?? Ma che è matto? Che schifo, io non andrei mai a frugare in un cassonetto. Dev’essere proprio ridotto male” penso.

<<Sai com’è, allora mi sono guardato in torno per vedere se arrivava qualcuno, sai com’è. Poi ho frugato e ho trovato un bel tocco di roba buona. E allora, sai com’è, mi ci sono tuffato. Era buono, buono buono. E poi dopo qualche ora BAM>> e scuote la testa in avanti <<Mi sono ritrovato steso, sai com’è>>.

Due tipe dall’altra parte del cerchio borbottano qualcosa, e mi sembra di sentire la parola veleno.

<<E tu?>>.

Mi giro, cercando il destinatario e il mittente della domanda, in attesa di un’altra risposta, ma dalle occhiate degli altri presenti mi rendo conto che è rivolta a me.

<<Io?>> mormoro.

Il tale che mi si è rivolto mi sorride, incoraggiante. Ha gli occhi marroncini. Anche lui che sorride. Credevo potesse farlo solo Lui. È così bello quando Lui mi sorride.

<<Tu come ti chiami?>>.

<<Vanessa>>. Si, Vanessa. È il mio nome. Il mio bel nome.

<<Come sei arrivata qui, Vanessa?>>.

Mi prendo qualche secondo per rispondere.

<<Io… sono uscita.>>

La tipa che sta vicino all’appassionato di cassonetti trasalisce.

<<Anche io, anche io! E poi è arrivato quel bastardo!>> mi copre il puzzone.

<<Ron, lasciala parlare>> lo ferma con tono calmo e gentile il cicciotto. Poi mi guarda e mi invita a proseguire.

<<Era notte, faceva caldo e a casa mi annoiavo. Lui si era addormentato sul divano mentre guardava la partita, e dato che non mi andava di svegliarlo per farmi coccolare un po’, ho pensato di fare due passi all’aria aperta. Mi sono abituata subito al buio della strada, credevo fosse così per tutti, non ho pensato che… non fosse così scontato. E poi è arrivato. Un grosso camion. Mi ha ridotto gli occhi a fessure, con i suoi fari abbaglianti. Ho avuto tanta paura, talmente tanta che non sono riuscita a muovermi. Speravo solo che Lui arrivasse a portarmi via>>.

Prendo a singhiozzare – non sapevo di essere capace a farlo – e quella vicino a me mi si appropinqua per consolarmi un po’. Inizia a fare le fusa e mi sento subito meglio.

<<Non piangere Vanessa. Perché piangi?>> mi chiede il cicciotto, agitando un poco la coda.

Mi asciugo il muso e deglutisco: <<Piango perché… Lui per me era importante. E io lo ero per Lui. E so che senza di me sarà distrutto. Piango perché so che domani mattina, quando si sveglierà maledicendosi per aver dormito sul divano, ed avendo così mal di schiena per tutta la giornata, mi cercherà senza trovarmi. Vorrà darmi da mangiare, penserà che mi sia rintanata in qualche scatola o in un cassetto, e allora mi lascerà la scatoletta di cibo aperta nel piatto. Controllerà che l’acqua sia fresca e lascerà un singolo croccantino vicino alla ciotola per darmi il buongiorno. Un po’ triste per non avermi vista, uscirà di casa per andare al lavoro, e lì… mi vedrà per strada. Si maledirà per aver dormito davanti alla tv, per non avermi coccolata abbastanza quando poteva farlo, per avermi respinta quando mi strusciavo sulla sua mano quando doveva studiare, per tutti i miei miagolii quando gli chiedevo un pezzetto di pollo, ma non mi accontentava per educarmi a non salire sul tavolo. Non ho mai potuto dirgli quanto amassi dormire vicino a Lui, o che aspettavo il suo ritorno a casa per non sentirmi più sola. Piango perché quando le cose gli andavano male, si sentiva respinto dalla donna che amava, o quando è stato licenziato dalla banca nella quale lavorava, e fissava il pacchetto di sigarette con la voglia di fumarsene una, io ero lì. E forse la mia presenza contribuiva a farlo sentire meno solo. Per me Lui era tutto>.>

La gatta che prima singhiozzava in disparte si unisce al cerchio e mi guarda intensamente. Credo che sappia perfettamente di cosa parlo. Forse condividiamo la stessa storia. Il micetto che prima correva, si accoccola davanti a me e struscia la testolina fra le mie zampe.

Smetto di piangere e mi sento già meglio. Io starò bene, lo so.

Ho dato a Lui tutta la mia vita ed ho ricambiato il suo amore con la stessa intensità. Non voglio che stia male per me, perché tutto ciò che volevo dare a Lui era felicità, e se ora stesse male, ne soffrirei.

Io qui troverò la mia pace, con l’unica cosa che mi resta: il mio bel nome.

 

 

Roberta Farrace